Immortalità

«L'inconsapevolezza della morte rende immortali gli esseri. Essere immortale è cosa da poco. Tranne l'uomo, tutte le creature lo sono».
JORGE LUIS BORGES

Sono convinto che uno dei momenti più intensi dello spettacolo «Bartleby» sia proprio quando leggiamo il racconto di Borges intitolato «La fine».
Mi colpiscono le ultime righe, quelle del negro che, dopo anni e anni di attesa trascorsi a suonare la chitarra con lo sguardo fisso sulla prateria, riesce a
uccidere Martin Fierro nello stesso modo in cui lui aveva ucciso suo fratello, con il pugnale. Per anni attende con pazienza certo che quel momento, quello della vendetta, arriverà.
«Terminato il suo compito di giustiziere, adesso era nessuno. A dir meglio era l'altro:
non aveva un compito sulla terra e aveva ammazzato un uomo».

Ogni volta che leggiamo «La fine» mi viene in mente Borges, la sua idea di immortalità, la sua idea di arte . «L'arte accade ogni volta che leggiamo una storia», disse lui. E accade anche a prescindere dalla volontà dell'autore, perché una storia ha la forza di rendere qualche cosa immortale, epico. Già…
Secondo lo scrittore argentino, quando CERVANTES scrisse il
Don Chisciotte, aggiunse il luogo della sua vita - la Mancha - per dare il senso della semplicità del personaggio. Invece, proprio grazie alla sua storia, la Mancha è diventata una terra nobile a dispetto della sua povertà, immortale. Una regione che tutti vorrebbero visitare.
Borges, con il racconto «La fine», ha reso immortali ed epici la
prateria, un orizzonte di attesa, la chitarra, capace di colmare i momenti vuoti, e lo scontro al coltello, che vendica, annulla il senso della vita, ed è l'unica cosa che rimane anche quando tutti quelli che lo hanno intentato saranno svaniti.

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