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Anche "Spagna", il mio primo romanzo, parla del viaggio. Inteso come metafora della transitorietà di chi è mortale (il protagonista, l'uomo) contrapposta alle "sfingi" immobili e pressoché eterne (luoghi, territori, ma anche leggende e luoghi comuni). Il viaggio di Samuele è fiabesco: lascia tutto e parte all'avventura in una sorta di viaggio di formazione che è perpetua relazione tra lui e il territorio che lo circonda. La lontananza da casa è un allontanamento da sé. Spiazza. Rompe una routine che spesso impedisce di riflettere su ciò che facciamo, che - per il suo essere percepita come normalità - ci ottunde la capacità di osservare attorno a noi (o noi stessi) con senso critico. Lontani dal nostro ambiente quotidiano siamo indifesi ma nello stesso tempo più puri; le nostre convinzioni attenuano la loro robustezza e siamo più propensi ad ascoltare e accettare altre visioni del mondo. Possiamo ripensare noi stessi come diversi, meno centro dell'universo. Ecco perché la storia - condita di racconti, miti e favole - è ambientata distante da casa per Sam. E tutte le narrazioni che si addensano lungo la sue esperienza contribuiscono nello stesso tempo allo straniamento, alla perdita di sé, che è prodromo di nuove storie.
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